“Sixty” — The Rolling Stones e la longevità
“Sixty” — The Rolling Stones e la longevità

“Sixty” — The Rolling Stones e la longevità

Sixty. Sessanta. Come gli anni di meravigliosa carriera. Come la decade che ha visto la nascita della leggenda dei Rolling Stones, la band che ha fatto della longevità il suo mantra.

La cornice dello Stadio San Siro, composta da persone di tutte le età a testimonianza della trasversalità del gruppo, è stata spettacolare ed ha accompagnato per oltre due ore i 3 “ragazzotti” inglesi.

Un exploit fatto di energia, potenza e carica emotiva.

Un Mick Jagger che balla, canta e salta nonostante il caldo come il “quinto girone dell’inferno”, per dirla con lui.

Keith Richards che nonostante le peripezie strimpella ancora con scioltezza e, come al solito, canta due pezzi, You got the silver Connection infiammando il pubblico.

Ronnie Wood accompagna mettendo tutta la sua energia creando quel mix perfetto di forza e sintonia musicale.

Steve Jordan, sostituto dell’indimenticato Charlie Watts, fa il metronomo e cuce in maniera armoniosa, ma con una mano più delicata e meno battente del predecessore. Due stili diversi ma niente cambia nell’economia finale e nell’equilibrio della band.

Prima le new entry in scaletta come Out of Time e Livin’ in a Ghost Town che in maniera delicata e paziente scaldano, poi i pezzi classici e iconici scivolano via in bellezza, tra Paint it BlackSympathy for the DevilMiss You e Jumpin’ Jack Flash, trasportando il pubblico dove Jagger e soci vogliono.

Nel loro mondo.

In quel particolare e vezzeggiato mondo dei Rolling Stones. Tra intrighi e demoni interiori che diventano potenza esteriore. Con il tempo che, almeno per loro, sembra davvero essersi fermato.

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